Tutti noi, anche senza aver l'animo del poeta proviamo nostalgia per la nostra terra.
Questo accade, soprattutto, quando si vive lontani da essa, magari all'estero. Così, quando sentiamo, in mezzo ad altre pronunce straniere, una pronuncia ben nota e cara colpirci l'orecchio, ci sentiamo trasalire. Una cosa del genere è capitata anche a me e a mia moglie, molti anni fa, quando, da turisti, eravamo in Grecia, in visita agli scavi archeologici di Micene. Non eravamo lontani da casa da troppi giorni eppure, quando sentimmo una coppia parlare il nostro dialetto, non potemmo resistere e ci avvicinammo, per chiedere loro da dove venivano. Quando ci risposero: <Arezzo!> subito mia moglie si ribellò, dicendo loro che quel dialetto non era quello aretino. Allora i due coniugi, un pò sorpresi ci dissero che abitavano ad Arezzo da molti anni ma... <som de Casalmor!> Fu così che, in un'assolata giornata di agosto, a Micene, nei pressi della Porta dei Leoni, nella mitica città di re Menelao, due asolani e due aretini iniziarono a parlare el dialet dela bassa bresana. Ogni occasione è buona per parlare il nostro dialetto al quale ci sentiamo legati ancor di più se viviamo lontani dalla nostra terra d'origine.
In molte famiglie di emigranti italiani in America, dopo alcune generazioni, la lingua italiana è stata dimenticata, ma sono rimaste nello "slang di famiglia" molte parole del dialetto dei nonni. Non è questione nè di campanilismo, nè di regionalismo, è un sentimento naturalissimo che lega l'uomo al proprio paesello natio. Un sentimento che non si perde e che rivive perenne nei nostri ricordi di gioventù. E' lo stesso sentimento che all'estero ci fa ricercare le occasioni di parlare la nostra lingua.
"En di Camp" di Silvestro Fiori
Volendo utilizzare questo spazio per ricordare il dialetto, la lingua della nostra tradizione contadina, abbiamo pensato di prendere come nostra fonte di riferimento il libretto "En di Camp" pubblicato nel 1906 dal poeta dialettale, ed ex Sindaco di Casalromano, Silvestro Fiori. Artista di grande talento e di altrettanta modestia, Silvestro Fiori fu un amante appassionato della natura, ne vide le bellezze, le ammirò con un grande spirito di osservazione ed, infine, le ritrasse in tutte le loro manifestazioni. Amò la natura calma e serena, ma amò anche quella furibonda, quando gli elementi cozzano fra di loro, e:
... traers a töt el ciel
Cargat de nigui gris el tru ‘l rimbomba
E ‘l vent el torcia e ‘l vusa tra le piante
Sbatend cun füria l’acqua rümurusa
Egli è rallegrato dai raggi del sole, ma si compiaceva anche dei lampi sanguigni che squarciano le nubi, consapevole che il temporale, anche il più violento, è solo un fenomeno passeggero che sa offrire uno spettacolo superbo:
... traers ai camp, e ados a piante e case
Cun füria che fracassa,
Per l’aria scüra, crüda e fülminada
El tempural el passa.
E l'è passat, cumpagn che passa 'n tera
La colera del ciel:
Tempesta, vent, desulassiù e ruina,
La mort de sota al zel.
E ‘n sima a tanta strage ‘l sturdiment
Che tas en de ‘n silenzio de spaent.
Tace stordita la terra, o meglio tace stordito l'uomo agricoltore e contadino; ma il poeta non si spaventa: ammira; egli non si piega innanzi agli elementi in lotta, perchè ha dovuto combatterli tante volte, e tante volte li ha vinti nell'alta montagna, dove ha resistito all'impeto dei venti, alle insidie della tormenta, al nevischio che acceca. Perchè Silvestro Fiori, il nostro poeta, è anche un appassionato alpinista: se ammira i campi fertili e i boschi cupi e i ruscelli garruli della pianura, ama anche le rocce nude, le cascate impetuose, i ghiacciai scintillanti, e i nevai che scendono coprendo il monte di un manto candido dalle mille pieghe eleganti. Egli ama la montagna forse più della pianura; eppure nei suoi versi non si trova accenno alcuno ai monti. La cosa può sembrare strana ma esiste la spiegazione: il poeta dialettale può essere lirico, ma più che interpretare i suoi sentimenti personali, interpreta i sentimenti della sua gente.
Silvestro Fiori è nato in un paese, scundit en mes ai camp De la pianüra immensa.
Precisamente come Asola, dove le montagne si vedono da lontano, stando sul ponte del Chiese, si vedono come sfumate, simili a nubi leggere. che possono sapere di montagna quelli nati e vissuti sempre in questo paese? Ed è per questo che di montagna non parla il poeta alpinista. Il suo vero carattere, la sua anima sensibile e impressionabile, amante della natura e dei suoi misteri, e desiderosa di pace, si rivela specialmente nella parte terminale di una bella poesia: Me sogne.
Me sogne de stüdià per me, a l’umbrìa
De le me piante scüre ‘n de felice:
Me sogne ‘n birichì che ciama l’eco
Cul non del so papà, de la so mama,
Che crida preputent adrè al silenzio,
Che met in visibilio le farfale,
Che pista i fiur, che roba al sul la vita.
E dopo, dopo, quand la testulina,
Spinusa de tanc ris, de tanc caprisse
La vedarô mai pö ‘n trames ai fiur,
Perché ‘l fulet l’è ‘n om el stüdia e ‘l pensa
E al nom del so papà, de la so mama
El ciamarà pö l’eco, ma ‘l cunfort
En de la lotâ trista per la vitâ,
Alura ….. alura sul en de la quiete
De l’ort endurmentam l’è quel che sogne.
Da questi pochi versi si può vedere che il carattere del poeta è sentimentale. Per questo raramente si trova in lui la satira. Solo qua e là qualche esempio di satira bonaria: fino a pochi anni fa (il testo si riferisce agli inizi del '900) i signori entravano in teatro quando la rappresentazione era già incominciata, con l'aria annoiata degli habitués; questo sciocco comportamento va sempre più scomparendo.
Un povero contadino, Tone Tinirì, in teatro ad Asola, che applaude rumorosamente alla rappresentazione del Rigoletto, sentendosi zittire, commenta:
I siur i è toc cumpagn; lur sé pianta ‘l burdel
Lur sé, ciucà le mâ, per diga che i fa bel,
E parlà fort a ciacule, e disturbà la zent.
Desurâ, ‘n di sò palchi, le siure a ‘egner dent
Quando la cumedia l’è bele scuminciada
Cume per dire a di’ che le l’ha za ‘mparada,
Che lure a la cumedia le va per cumpliment,
Perché, se sa, gh’è ‘l palco … e i öc de tanta zent! …
E Tone Tinirì, il contadino di Casalromano, non avvezzo al melodramma, si immedesima a tal punto con la trama dell'opera che se la prende anche con il Duca di Mantova, il re, come egli lo chiama, che non si cura della disperazione di Rigoletto a cui è stata tolta la figlia.
El re, se sa, l’ è ‘n om che nu ‘ l se cüra miga
De robe picinine che ‘ l g’ ha sensa fadigà:
Lü ‘ l g’ ha i ministri e basta; e lur i pensa a töt
Anca a fa fa ‘ l bel sul quando che ‘ l temp l’ è bröt.
Chel gob, l’essef vist, en che disperassiù!
En pader töt en lagrime e semper pö büfù,
En pader che i g’ ha töt, rubat la creatüra,
Che i g’ ha strapat el cör, che contra la natüra
Ghe toca fa ‘ l büfù e rider mentre ‘ l pians !
Leggere il dialetto
Per poter leggere correttamente il dialetto è necessario ricordare alcune note fonetiche indispensabili. L'alfabeto della lingua italiana si presterebbe ad esprimere tutti i suoni speciali del nostro dialetto se non fossero stati introdotti nel linguaggio dei piemontesi e dei lombardi due nuovi suoni delle vocali o ed u che siamo costretti a rappresentare con la forma tedesca ö e ü.
Mentre i primi due si leggono con la normale dizione italiana, quelli con la "umlaut" tedesca hanno un suono particolare. Le loro differenze sono ben espresse dai seguenti esempi: leggendo mola in italiano si intende la molla; mentre leggendo möla in italiano si intende la pietra rotonda dell'arrotino. Allo stesso modo, leggendo mur, ci si riferisce all'albero del gelso; mentre leggendo mür si intende parlare di un muro (di mattoni, o di pietra).
Le consonanti ch, in fine di parola hanno il suono duro della k; mentre la consonante z (o doppia z) è usata raramente ma, quando è necessario, va letta sempre con il suono della s leggermente allungata.
La combinazione sc caratteristica dell'italiano scivolo, in dialetto mantengono ognuna il proprio suono come nel caso di s-ciop che significa fucile.

