Asola, veneziana, città della stampa

      Il dipinto raffigura Johann Gutenberg di Magonza, inventore della Stampa
 
Un fatto forse un po’ dimenticato è che l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della comunicazione stampata. Sono passati più di 500 anni da una delle rivoluzioni fondamentali nella storia della comunicazione. Metodi di stampa esistevano da secoli – ed erano usati, talvolta, anche per riprodurre testi scritti.  
Si stampava in “xilografia”, usando incisioni in legno, ma anche con caratteri mobili. Non solo in Cina, ma anche in Europa. Ma un cambiamento radicale era inevitabile perché lo richiedeva la cultura rinascimentale e lo consentivano le risorse tecniche disponibili. Fu Johann Gutenberg(1), nel 1450, a trovare la “convergenza” di diverse tecnologie che si erano sviluppate nella prima fase dell’era industriale, cioè nel XIV° secolo. 
La metallurgia, che si era evoluta non solo per usi militari, fornì le basi per la fusione dei caratteri. 
Le tecnologie del torchio, nate dai mulini, offrirono le risorse per la stampa. L’evoluzione della chimica aveva portato a nuovi tipi di inchiostro. E la produzione della carta aveva avuto, specialmente a Fabriano, una notevole evoluzione, sia per la “meccanizzazione” dei sistemi produttivi, sia per la “costanza di qualità” del prodotto. 
Un’intelligente combinazione di risorse diverse consentì a Gutenberg di consegnarci uno strumento che ha contribuito in modo molto rilevante all’evoluzione della cultura e della società umana. Gutenberg era un orafo e si intendeva di metallurgia. Uno dei suoi soci era proprietario di un mulino. Lo sviluppo di nuove tecniche di stampa, in quel periodo, era “inevitabile”.
Ma, il passo determinante, cioè la nascita dell’editoria, avvenne quarant’anni dopo – con il contributo fondamentale dell’Italia ed, in particolare, anche di una famiglia di asolani il cui padre Andrea Torresani, (Asola, 1551- Venezia 1529), rimasto affascinato dalla nuova arte, nel 1474 giunse a Venezia  per lavorare nella tipografia del francese Nicolas Jenson, discepolo dello stesso Gutenberg.
Avendo notevoli risorse economiche il Torresani, nel 1479 ne rilevò la stamperia ed iniziò a stampare pregevoli edizioni di classici greci e latini. Ma la vera svolta di quella attività avvenne quando, nel 1490 giunse a Venezia un personaggio di grande caratura culturale come Aldo Manuzio (Bassiano,1450 - Venezia 1515), originario di Bassiano, vicino a Velletri, Aldo cercava una tipografia con la quale realizzare le sue idee. Una volta giunto a Venezia, si presume che il Manuzio si informò su quale fosse la migliore tipografia veneziana. Fu così che si presentò ad Andrea Torresani per esporre i suoi progetti innovativi in campo tipografico. Il Torresani, che non era uno sprovveduto, capì subito quali fossero le potenzialità di Aldo e non se lo lasciò scappare. Nacque così una collaborazione destinata a diventare sempre più stretta, dapprima con la costituzione di una Società (1495) alla quale, oltre all’Asolano parteciparono anche il nobile veneziano Pier Francesco Barbarigo, con il ruolo di finanziatore e lo stesso Aldo Manuzio, con una piccola quota, con la quale i primi due intendevano riconoscere le sue qualità e legarlo a loro. Non si sa per quanto tempo il Barbarigo partecipò al sodalizio ma, certamente, si sa che nel 1505 Aldo Manuzio sposò la giovane Maria Torresani, figlia di Andrea. I due soci, ormai 55enni, per effetto di questo matrimonio, rinsaldarono il loro legame, divenendo Andrea suocero di Aldo ed Aldo genero di Andrea.
Aldo Manuzio, che era un umanista, non uno stampatore, contribuì al successo della Tipografia del suocero con una serie di invenzioni come quella del carattere che prese il suo nome. L’aldino fu il  progenitore di tutti i caratteri moderni. Inventò uno stile di impaginazione da cui ancora oggi possiamo imparare. Fu anche fra i primi a numerare le pagine per facilitare la lettura e la consultazione. Migliorò la leggibilità dei testi, con un uso più efficiente degli spazi e della punteggiatura. Ed iniziò  a sviluppare concetti fondamentali per la cultura editoriale, come la “redazione” dei libri e le “edizioni critiche” dei testi classici. Insieme diedero vita a numerose edizioni di classici greci e latini, con i nuovi canoni editoriali, che recano l’iscrizione “In aedibus Aldi et Andrea Asulani soceri”. Divenuta famosa in tutta Europa per queste innovazioni, la Tipografia di Andrea prese il nome di “Aldina” per la forte caratterizzazione che con la sua cultura e la sua inventiva Aldo Manuzio, seppe darle. Soprattutto nei primi anni del XV° secolo verso la Tipografia Aldina confluirono molti fra i migliori filologi ed umanisti europei fra cui Erasmo da Rotterdam e Pietro Bembo, che diedero vita all’Accademia veneta, o Accademia aldina, la cui carta costitutiva, in greco, fu stesa dallo stesso Aldo, insieme agli eruditi bizantini Scipione Carteromaco e Giovanni Cretese.
 
Nota  (1)     La tradizione storica che vorrebbe attribuire l’invenzione della stampa a caratteri mobili al Gutenberg, in questi ultimi anni, è stata pesantemente contestata da un ingegnere Torinese esperto in metallografia, Bruno Fabbiani, il quale dopo aver sottoposto la famosa Bibbia a 42 righe, 1°volume stampato al mondo, a diversi esami con le più moderne tecnologie, si è convinto che il Gutenberg non l’abbia realizzato utilizzando i caratteri mobili, fulcro dell’invenzione della stampa, ma componendo il testo, lettera dopo lettera e riga dopo riga, con punzoni d’acciaio dentro una “matrice madre” di metallo tenero, utilizzata in seguito come “negativo” dentro il quale versare la colata di piombo fuso necessaria ad ottenere una sorta di “clichè” di tutta una colonna di testo. Il Gutemberg con questo espediente aveva semplificato la procedura ma, proprio per questo, non si può più dire che sia stato l’inventore della stampa a caratteri mobili. A sostegno di questa sua teoria, il Fabbiani presenta numerosi indizi che derivano dall’analisi strumentale del testo della Bibbia a 42 righe e che evidenzierebbero le deformazioni prodotte sui caratteri dalla punzonatura. Chi volesse approfondire le teorie del prof. Bruno Fabbiani può facilmente documentarsi su internet facendo una semplice ricerca in Google con il nome: Bruno Fabbiani.
 
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Quella che abbiamo sintetizzato sopra è una verità storica che, in seguito, gli storici, evidentemente condizionati dalle vicende familiari dei Torresani e dei Manuzio, travisarono, accreditando come verità, la sola versione divulgata, dopo la morte di Aldo (1515) e di Andrea (1528), dai figli di Aldo che, per motivi di eredità e di rivalsa sui cugini, minimizzarono il ruolo fondamentale del nonno Andrea Torresani, come fondatore e direttore della Tipografia, prima dell’arrivo a Venezia di Aldo e quello del cugino Gian Francesco d’Asola, dopo la morte di Aldo e fino al 1532-33, anni in cui la direzione della Tipografia passò a Paolo Manuzio
Abbiamo voluto introdurre queste nostre pagine relative alle origini della stampa in italia, ed al ruolo svolto, in quei tempi, dai grandi stampatori di Asola per evidenziare la distorsione della verità storica fatta da certi studiosi e presa per buona quasi da tutti. Come concittadini di Andrea Torresani ci indigna che gli storici possano aver liquidato questo personaggio come un semplice tipografo nella cui bottega di Venezia, casualmente, capitò il grande maestro, umanista Aldo Manuzio per far stampare le sue opere, e anche se alcuni citano il fatto che il Torresani  divenne suocero del Manuzio, tutti esaltano la figura del Manuzio e relegano al ruolo di comprimario il Torresani. Ma ci indigna anche il trattamento riservato a Gian Francesco d’Asola, suo ultimogenito, la cui cultura deve necessariamente essere stata influenzata dalla vicinanza e dagli insegnamenti di Aldo al punto che, solo ventenne, alla morte dell’illustre cognato, seppe assumere, egregiamente, su di sè la sua pesante eredità. Molte delle edizioni da lui prodotte dopo il 1515, per la loro grande qualità, furono considerate dai contemporanei, “aldine” a tutti gli effetti. Ciò, però, non avrebbe dovuto indurre gli storici ad attribuirle ad un morto.
Purtroppo nemmeno noi, ad Asola, eravamo a conoscenza di tutti i retroscena di questa intricata vicenda, fino a quando, il 2 gennaio 1999, apparve, a pagina 33, sull’autorevole Corriere della Sera un articolo a firma di Alessio Altichieri con il quale il giornalista recensiva il libro di una importante studiosa genovese, Annaclara Cataldi Palau, che in oltre 800 pagine, ricostruiva le vicende dei Torresani e dei Manuzio,  ristabilendo in modo autorevole una verità ben diversa da quella propinata dalla storiografia ufficiale.
 
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Quando lessi il volume, di oltre 800 pagine, “Gian Francesco d’Asola e la tipografia aldina” pubblicato dalla Dott.ssa Annaclara Cataldi Palau, insigne paleografa e studiosa genovese di fama mondiale, mi sono convinto che era necessario riaffermare la verità storica, distorta dalla superficialità della cultura ufficiale che, troppo spesso, si omologa, senza alcuna volontà o capacità critica. Questo non si può certo dire della Dott.ssa Cataldi Palau (Laurea in lettere classiche a Genova; dottorato in Paleografia greca alla Sorbona; incaricata dalla biblioteca Bodleiana di Oxford a catalogare i propri manoscritti greci) che, in occasione del IV° Congresso internazionale di Paleografia greca, che si è tenuto proprio ad Oxford, nell’agosto del 1993, ha presentato una relazione su Gian Francesco d’Asola (figlio di Andrea Torresani). Il lavoro della Cataldi Palau è divenuto, così, la nostra principale fonte storica e come tale credo valga la pena iniziare questa trattazione riportando un passo della introduzione dell’insigne studiosa genovese alla sua opera: < Pur considerando unicamente il periodo tra il 1517 e il 1528, il numero di edizioni e di prime edizioni, principalmente di testi greci, di cui Gian Francesco d’Asola fu responsabile e la loro qualità sono tali da assicurargli un posto preminente, non solo tra gli stampatori, ma tra gli studiosi dell’epoca, giacchè il più delle volte era lo stesso Asolano a curare l’edizione, tuttavia questo ruolo importante nella storia della stampa e della cultura veneziana del Rinascimento non gli è mai stato riconosciuto. Seguendo Paolo (figlio di Aldo manuzio e di Maria Torresani) che, giovane e malevolo, nelle sue prime prefazioni (1533), quando menzionava l’attività editoriale della tipografia aldina, si rifaceva direttamente a suo padre, ignorando completamente l’attività del nonno e degli zii Torresani, come se non fossero mai esistiti, anche gli studiosi odierni li hanno del tutto trascurati >.